Da La Voce del 12.10.2010
L'informazione economica è vitale in una democrazia. Tanto più in tempi di una lunga strisciante campagna elettorale, quando l'informazione si trasforma spesso in propaganda e viene utilizzata per orientare l'opinione pubblica. Per questo ribadiamo il nostro impegno nell'aiutare i cittadini a interpretare i dati e la situazione economica. Ma anche noi risentiamo della crisi. E chiediamo perciò ai nostri lettori un contributo che ci permetta di svolgere meglio il nostro lavoro.
Ci attendono come minimo sei mesi, come massimo tre anni di campagna elettorale. In cui i veleni, i dossier, le risse sono destinati a oscurare sistematicamente i problemi delle famiglie e delle imprese italiane. In cui si metterà a frutto l’occupazione degli spazi televisivi per condizionare gli orientamenti dell’elettorato. Vero che i cittadini hanno sempre il “potere del telecomando”. Ma come documentato da molte ricerche presentate all’ultimo festival dell’economia di Trento, cui ha offerto il proprio contributo la redazione de lavoce.info, un’informazione distorta può davvero influenzare in modo rilevante i comportamenti elettorali. Spesso non sono i cambiamenti negli orientamenti dell’opinione pubblica a orientare la linea politica dei media, ma sono i media a condizionare le valutazioni dell’operato della classe politica e, quindi, a influire sul voto.
L’INFORMAZIONE ECONOMICA NELLA CRISI
L’informazione economica è vitale in una democrazia. La crisi avrebbe potuto essere una grande occasione per migliorare le conoscenze economiche dei cittadini, più che mai interessati a capire cosa sta succedendo. I media avrebbero dovuto aiutare il pubblico a leggere correttamente le statistiche disponibili. In presenza di forti discontinuità, come in una crisi di questa portata, è sempre essenziale mettere in relazione ogni dato economico con la situazione precedente la crisi. Solo noi, con pochissimi altri, l’abbiamo fatto. Alcune testate televisive, come da noi documentato, hanno invece scelto la strada della disinformazione, di chi presenta un rimbalzino da un crollo del 30 per cento della produzione industriale come un nuovo miracolo economico. Alcune agenzie governative hanno con troppa disinvoltura abdicato al loro ruolo di fornire le statistiche che raccolgono nel loro operato in modo asettico e trasparente. Molti politici contestano sistematicamente i dati dell’Istat quando non fanno loro comodo. In tutte le democrazie consolidate, i dati dell’ufficio di statistica sono patrimonio conoscitivo comune, riferimento nel dibattito pubblico.Non possiamo, nel nostro piccolo, ovviare all’assenza di pluralismo nei media. Ma possiamo aiutare i cittadini interessati a meglio interpretare i dati e a capire quando i politici letteralmente danno i numeri. Lo abbiamo fatto in questi anni con rubriche come “Vero o Falso?”. Lo faremo ancora di più con una finestra in home page che riporterà grafici e tabelle sull’andamento delle principali serie economiche (prodotto interno lordo. occupazione e disoccupazione, produzione industriale e così via) mostrando il loro livello rispetto alla situazione precedente la crisi.
IL CONTRIBUTO DEI LETTORI
Siamo una piccola azienda che fornisce servizi informativi e di commento su internet. Essendo piccoli siamo in difficoltà come tutte le altre piccole aziende che hanno scarso accesso al credito e che hanno visto ridurre le entrate a causa della crisi. Abbiamo pagato la crisi della carta stampata con un azzeramento dei contributi che prima ricevevamo in seguito ad accordi di collaborazione. Abbiamo cominciato a ridurre i costi come hanno fatto tutti i giornali. Dovremo fare di più. C’è poi un problema più strutturale, comune a tutti i siti di informazione economica: produciamo un bene pubblico con un prezzo zero, ma con un costo che - pur contenuto rispetto agli altri media - è nell’ordine dei 150mila euro all’anno. Nel processo di riduzione dei nostri costi cui ci obbliga la crisi, vogliamo però continuare a fare informazione e cultura economica esattamente come l’abbiamo fatta fino ad oggi; anche meglio, se ci riusciremo. Vogliamo al tempo stesso diversificare le fonti di finanziamento perché sono una garanzia di indipendenza.Per tutti questi motivi, dovremo sempre e comunque basarci su di un contributo finanziario dei lettori per sopravvivere. Nella campagna sottoscrizioni dell’anno scorso abbiamo lanciato la formula “amici de lavoce” che ha raccolto 498 adesioni: almeno 100 euro in un’unica soluzione o 120 euro con versamenti di 10 euro al mese. La riproponiamo quest’anno leggermente modificata: almeno 100 euro in un’unica soluzione oppure con due versamenti di 50 euro a distanza di sei mesi. Come in precedenza ringrazieremo questi amici offrendo loro la partecipazione a un convegno a porte chiuse di mezza giornata con interventi dei redattori de lavoce.info. Abbiamo fissato l’appuntamento a Roma lunedì 4 luglio 2011.Oltre questa formula, sono sempre graditissimi i contributi di qualsiasi importo in qualsiasi momento dell’anno. Come di consueto, ai sottoscrittori (della formula “amici” o meno) dopo le feste di Capodanno giungerà a titolo di ringraziamento un piccolo regalo de lavoce.info.Siamo certi che possiamo sempre contare sul vostro interesse per l’esistenza di una voce libera e sulla vostra generosità. Fin d’ora vi ringraziamo e vi confermiamo il nostro impegno a migliorare sempre più lavoce.info, sotto ogni aspetto.
..dentro ognuno di noi esiste ancora uno spazio libero per pensare, informarsi e reagire..
giovedì 21 ottobre 2010
Si potrebbe andare tutti quanti al Mega Outlet in riva al mare? vieni anche tu? No, io no!!
E' di pochi giorni fà la notizia di aprire un mega outlet all'uscita del casello di Marotta..in attesa di conoscere i vostri punti di vista, consiglio questo articolo a riguardo!
Dal fatto Quotidiano 20/11/2010 Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio
Tutti al centro commerciale
Quale miglior modo di passare un sabato o una domenica pomeriggio se non passeggiando nella sgargiante allegria di un centro commerciale? Quale migliore idea di spendere il proprio tempo (e il proprio denaro)? Chi non trova più interessante camminare tra palme di plastica, zampilli d’acqua sincronizzati, luci e clima costanti, piuttosto che fare una passeggiata al mare, in montagna, al lago o semplicemente in un parco o nel centro del proprio paese o città?Crescono come funghi, e sono tutti uguali. Nonostante gli sforzi per renderli unici, originali e più attrezzati della concorrenza, cercando di mascherare il pugno nell’occhio che il più delle volte sono, ovunque si entri la scena che ci si trova davanti è sempre la stessa: gruppi di adolescenti vestiti tutti allo stesso modo sparsi qua e là, centinaia di famiglie accalcate con carrelli stracolmi (di cosa, poi?), qualche hostess belloccia per le promozioni di turno, un caldo soffocante in inverno ed un freddo raggelante in estate, l’immancabile puzzo dell’onnipresente McDonald’s e tanta, tanta tristezza.Un centro commerciale è la negazione di tutto ciò che è genuino, individuale, spontaneo. È la subordinazione della qualità alla quantità. Dà l’illusione di poter trovare tutto ciò che serve, ma nonostante i supermercati e i duecentocinquanta negozi, spesso non si trova quello che si cerca (soprattutto se minimamente al di fuori delle mode del momento). Tutti propongono la stessa identica merce, ma ben pochi beni. E se non si presta abbastanza attenzione, si entra per comprare una matita e si esce con cento euro in meno, spesi in cose che poco prima non ci servivano affatto.In posti come questi il “consumatore” regna, ma non governa. Ha l’impressione di scegliere ciò che vuole, ma in realtà è già stato tutto deciso da tempo da altri. Pubblicità, promozioni, offerte, marketing, mode e tendenze studiate a tavolino ci vogliono far credere che tutto possa essere ridotto ad una serie di desideri elementari, sempre rinnovati, soddisfacibili passando alla cassa. La gente gira a mo’ di zombie, sempre più frastornata dalle migliaia di possibilità proposte e, alla fine, sempre più esigente e insoddisfatta. Un po’ come nella vita di tutti i giorni. Un mondo inumano, letteralmente di plastica.Certo tutto “costa meno” e soprattutto un posto così ha il merito di creare molti posti di lavoro. E in una società in cui non si è in grado di autoprodursi più niente, in cui non si sa nemmeno quale è la stagione in cui matura questo o quel frutto, in cui si è persa ogni competenza riguardante il saper fare ed ogni voglia di re-impararlo, in cui non si ha più il tempo per niente, quello di avere un lavoro (anche se spesso con contratti da fame a tempo determinato) è una priorità. Che poi sia quello di cassiera o di impacchettatore di regali di Natale poco conta. Meglio non imparare più niente, ma avere uno straccio di stipendio per qualche mese, a quanto pare…Se si deve comprare qualcosa fa piacere almeno avere a che fare con qualcuno che sappia ciò che vende e, perché no, che metta un po’ di passione in quello che fa, piuttosto che qualche commesso/a annoiato/a che reciti un copione a memoria da usare coi clienti, senza però avere il minimo interesse per ciò che fa, né la minima competenza.Sfruttiamo la fortuna che, per il momento, da italiani (e da europei) continuiamo ad avere: poter tornare al piccolo negozio e quando è necessario comprare qualcosa. Ci accorgeremo come, alla fine, potremmo addirittura risparmiare, nonostante i piccoli negozi siano più cari dei grandi centri. Il trucco è comprare solo ciò che ci serve, senza riempirsi i carrelli di spazzatura. Tutto ciò come primo passo verso l’emancipazione dal mondo del superfluo, dello spreco, del nulla. E magari, tutto ciò come primo passo verso ciò che alla lunga potrebbe portarci davvero all’autoproduzione dei beni.I centri commerciali stanno diventando sempre più macchine da soldi travestite da dispensatori di felicità e benessere, dei conglomerati di intrattenimento. Inglobano in sé sempre più cose: centri fitness, ristoranti, sale giochi, cinema multisala e chi più ne ha più ne metta. E stanno rendendo tutto sempre più artificiale. Ma come dice lo scrittore inglese Tom Hodgkinson, “ci hanno già inculcato il bisogno di lavorare fino all’istupidimento, non lasciamo che creino il bisogno di rilassarsi e di svagarsi che prolunghino tale istupidimento”. Riprendiamoci il nostro tempo. Quello libero, almeno. Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio
Dal fatto Quotidiano 20/11/2010 Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio
Tutti al centro commerciale
Quale miglior modo di passare un sabato o una domenica pomeriggio se non passeggiando nella sgargiante allegria di un centro commerciale? Quale migliore idea di spendere il proprio tempo (e il proprio denaro)? Chi non trova più interessante camminare tra palme di plastica, zampilli d’acqua sincronizzati, luci e clima costanti, piuttosto che fare una passeggiata al mare, in montagna, al lago o semplicemente in un parco o nel centro del proprio paese o città?Crescono come funghi, e sono tutti uguali. Nonostante gli sforzi per renderli unici, originali e più attrezzati della concorrenza, cercando di mascherare il pugno nell’occhio che il più delle volte sono, ovunque si entri la scena che ci si trova davanti è sempre la stessa: gruppi di adolescenti vestiti tutti allo stesso modo sparsi qua e là, centinaia di famiglie accalcate con carrelli stracolmi (di cosa, poi?), qualche hostess belloccia per le promozioni di turno, un caldo soffocante in inverno ed un freddo raggelante in estate, l’immancabile puzzo dell’onnipresente McDonald’s e tanta, tanta tristezza.Un centro commerciale è la negazione di tutto ciò che è genuino, individuale, spontaneo. È la subordinazione della qualità alla quantità. Dà l’illusione di poter trovare tutto ciò che serve, ma nonostante i supermercati e i duecentocinquanta negozi, spesso non si trova quello che si cerca (soprattutto se minimamente al di fuori delle mode del momento). Tutti propongono la stessa identica merce, ma ben pochi beni. E se non si presta abbastanza attenzione, si entra per comprare una matita e si esce con cento euro in meno, spesi in cose che poco prima non ci servivano affatto.In posti come questi il “consumatore” regna, ma non governa. Ha l’impressione di scegliere ciò che vuole, ma in realtà è già stato tutto deciso da tempo da altri. Pubblicità, promozioni, offerte, marketing, mode e tendenze studiate a tavolino ci vogliono far credere che tutto possa essere ridotto ad una serie di desideri elementari, sempre rinnovati, soddisfacibili passando alla cassa. La gente gira a mo’ di zombie, sempre più frastornata dalle migliaia di possibilità proposte e, alla fine, sempre più esigente e insoddisfatta. Un po’ come nella vita di tutti i giorni. Un mondo inumano, letteralmente di plastica.Certo tutto “costa meno” e soprattutto un posto così ha il merito di creare molti posti di lavoro. E in una società in cui non si è in grado di autoprodursi più niente, in cui non si sa nemmeno quale è la stagione in cui matura questo o quel frutto, in cui si è persa ogni competenza riguardante il saper fare ed ogni voglia di re-impararlo, in cui non si ha più il tempo per niente, quello di avere un lavoro (anche se spesso con contratti da fame a tempo determinato) è una priorità. Che poi sia quello di cassiera o di impacchettatore di regali di Natale poco conta. Meglio non imparare più niente, ma avere uno straccio di stipendio per qualche mese, a quanto pare…Se si deve comprare qualcosa fa piacere almeno avere a che fare con qualcuno che sappia ciò che vende e, perché no, che metta un po’ di passione in quello che fa, piuttosto che qualche commesso/a annoiato/a che reciti un copione a memoria da usare coi clienti, senza però avere il minimo interesse per ciò che fa, né la minima competenza.Sfruttiamo la fortuna che, per il momento, da italiani (e da europei) continuiamo ad avere: poter tornare al piccolo negozio e quando è necessario comprare qualcosa. Ci accorgeremo come, alla fine, potremmo addirittura risparmiare, nonostante i piccoli negozi siano più cari dei grandi centri. Il trucco è comprare solo ciò che ci serve, senza riempirsi i carrelli di spazzatura. Tutto ciò come primo passo verso l’emancipazione dal mondo del superfluo, dello spreco, del nulla. E magari, tutto ciò come primo passo verso ciò che alla lunga potrebbe portarci davvero all’autoproduzione dei beni.I centri commerciali stanno diventando sempre più macchine da soldi travestite da dispensatori di felicità e benessere, dei conglomerati di intrattenimento. Inglobano in sé sempre più cose: centri fitness, ristoranti, sale giochi, cinema multisala e chi più ne ha più ne metta. E stanno rendendo tutto sempre più artificiale. Ma come dice lo scrittore inglese Tom Hodgkinson, “ci hanno già inculcato il bisogno di lavorare fino all’istupidimento, non lasciamo che creino il bisogno di rilassarsi e di svagarsi che prolunghino tale istupidimento”. Riprendiamoci il nostro tempo. Quello libero, almeno. Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio
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